La formazione

Brano tratto dall’introduzione del libro “Insegnare l’informatica in azienda”, di M. Duse, Franco Angeli, 2001

“Fu nel 1980 che mi accostai per la prima volta, allora come allievo, alla formazione professionale. Pur lavorando, stavo continuando i miei studi universitari e mi fu quindi facile notare le diversità, ma soprattutto, i diversi obiettivi delle due metodologie formative.

I corsi di formazione professionale di allora, in generale, erano realizzati in modo tale da fornire, nel modo più rapido possibile, le sole conoscenze di tipo operativo necessarie per svolgere un certo compito. Nulla di più.

Servivano quindi a creare velocemente i presupposti conoscitivi ed operativi di una certa figura professionale, magari tralasciando per mancanza di tempo o per volontà specifica ogni contenuto informativo di tipo teorico e/o culturale.

Se poi i contenuti del corso erano di tipo tecnologico, molto spesso questi fornivano solo il “come” e raramente il “perché“, forse alla luce del fatto che molto spesso il background culturale degli allievi era limitato o molto specializzato e non avrebbero quindi potuto disporre delle basi culturali per acquisire anche gli aspetti teorici degli elementi oggetto della formazione. Forse, in alcuni casi, nemmeno i docenti sarebbero stati in grado di fornire spiegazioni corrette ed attendibili.

Il caso volle che in quell’anno l’istituto di credito per il quale collaboravo cominciò ad attuare un piano di riconversione dei sistemi di elaborazione dei dati contabili: dalla trasmissione in differita dei dati su nastro perforato, le filiali periferiche sarebbero state presto dotate di terminali video che, in modalità time-sharing, avrebbero consentito la trasmissione e l’elaborazione centralizzata delle informazioni in “tempo reale”.

Sicuramente un progetto di tali dimensioni (anche da un punto di vista strategico) doveva prevedere una fase di formazione agli utenti che, a partire da una certa data, avrebbero visto il proprio lavoro cambiare radicalmente, sia nei modi che nei tempi.

La fase di formazione ci fu ma anziché essere rivolta, come auspicabile, a tutto il personale operativo, fu effettuata in un modo che oggi definiremmo, un po’ ironicamente, multilevel training.

Tale metodologia, infatti, prevedeva di formare solamente una o due persone per filiale (questo anche per filiali di 100 o più dipendenti) alle sole procedure operative manuali, senza alcuna conoscenza informatica di base.

Queste persone, che avevano solo una minima cognizione del progetto generale, dopo alcuni giorni di affiancamento a colleghi di filiali già avviate, avrebbero trasmesso la conoscenza operativa, al loro ritorno, agli altri compagni di lavoro nella propria sede e così, via via, come in un rito di iniziazione orale, la conoscenza si sarebbe diffusa a tutti in modo del tutto informale (oltre che impreciso).

La qualità e l’efficacia di tale metodologia formativa, appare ovvio, fu deludente, soprattutto perché creò livelli disomogenei di conoscenza.

Alla base non era stato curato alcun aspetto di tipo motivazionale o di coinvolgimento del personale al progetto generale.

Questo ed altri modi simili di fare formazione tecnologica, contribuirono a creare noti fenomeni psicologici, paralleli proprio all’introduzione dell’informatica nelle aziende, quali, ad esempio, l’ostilità verso il computer, o la spiacevole sensazione di esser parte inconsapevole di “un ingranaggio”, cioè di un processo del quale si conosceva solo l’iter operativo (talvolta nemmeno quello) ma non si percepivano, neppure a grandi linee, i significati generali.

Da questa situazione derivò, spesso, stato di stress, di demotivazione o di frustrazione negli addetti.

Sono ancora questi i principali ostacoli psicologici che incontro oggi, come professionista della formazione, dopo più di vent’anni dai fatti appena esposti.

Nelle aule informatiche mi trovo a dover molto spesso intervenire sui discenti, oltre che con le tematiche previste dal programma del corso, anche con significativi contenuti di tipo psicologico e motivazionale. Ed è proprio su tali ultimi elementi che un formatore moderno deve saper agire se vuole aumentare l’efficacia dei suoi interventi formativi, anche in contesti di tipo informatico.

Proprio perché insegnare “ad usare il computer” non deve essere mai più una semplice elencazione, con prova pratica, di comandi da digitare sulla tastiera o da “clickkare” col mouse, ma una attività di formazione in piena regola, con tutti i suoi contenuti culturali ed operativi, esposti e supportati dalle giuste tecniche didattiche e attuando un monitoraggio continuo dei discenti sia da un punto di vista della comunicazione formale che informale.

Si dovrà poi verificare il grado di comprensione e di apprendimento cogliendo tutti i feed-back provenienti dall’aula, prevenendo le esigenze o le domande; svolgendo, in altre parole, tutto quanto è già previsto in molti altri settori dove la qualità della formazione, negli ultimi anni, è aumentata considerevolmente, vuoi per la disponibilità di ottimi professionisti, vuoi per la maggiore sensibilità ed esigenza del management aziendale.

Poiché oggi l’informatica in azienda sta assumendo un ruolo primario e molto spesso fondamentale è giusto che anche nella formazione specifica ci sia un aumento di qualità, soprattutto nella preparazione professionale dei docenti. Non saranno quindi più sufficienti, per fare formazione aziendale di qualità, dei tecnici o dei programmatori momentaneamente “scarichi” da altri impegni di lavoro, ma occorrerà formare (anche alla luce della crescente domanda) sempre più persone che al possesso delle cognizioni tecniche uniscano una profonda e specifica conoscenza didattica e relazionale.”

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